venerdì, 03 aprile 2009
Il treno nastri 2 rimarrà chiuso per 15 giorni a partire dalle feste pasquali. L’Ilva spegne la batteria numero 8 del reparto cokeria. Un nuovo, pesante, segnale della crisi economica che investe l’azienda siderurgica. Il Gruppo Riva ha comunicato la decisione due giorni fa ai sindacati, anticipando anche un altro provvedimento importante: il treno nastri 2 non si fermerà solo per il breve periodo delle feste pasquali così come previsto. Lo stop sarà più lungo: due settimane. Il Gruppo Riva ha confermato ai sindacati anche la marcia ridotta dell’acciaieria 2 sempre per ragioni legate ai tagli produttivi. La decisione di interrompere l’attività della batteria numero 8 della cokeria è legata alla marcia ridotta di un altro impianto strategico per l’Ilva : l’altoforno numero 2. L’azienda ha bisogno di mantenere basso il regime produttivo per le note ragioni di crisi del mercato e deve così bilanciare l’attività degli impianti. I sindacati non nascondo la loro preoccupazione soprattutto in prospettiva. Siamo già alla seconda fase della cassa integrazione con 4mila unità in esubero. I rappresentanti dei lavoratori guardano all’incontro del 7 aprile con l’azienda come un appuntamento decisivo non solo per le sorti della trattativa sull’integrazione salariale al personale in cassa. Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm chiederanno al Gruppo Riva ulteriori valutazioni sull’andamento del mercato e sulle previsioni soprattutto per l’estate. L’Ilva ha già fermato le batterie 3,4,5,6 del reparto cokeria in seguito ai primi grandi tagli produttivi previsti nello scorso autunno. L’azienda, d’intesa con i sindacati, ha programmato il cosiddetto re vamping degli impianti cioè la loro manutenzione e ristrutturazione in chiave di eco-compatibilità ambientale. E a proposito di ambiente, nei giorni scorsi alcuni cittadini hanno segnalato all’assessorato all’Ambiente del Comune la diffusione di cattivi odori su un tratto della statale 100. L’assessore Romeo ha disposto accertamenti chiedendo l’intervento dell’Arpa. I tecnici hanno accertato che i cattivi odori derivano dalla fermentazione di materiale ferroso e calce presente in un capannone dell’Ilva. Il materiale doveva essere trattenuto nel capannone tre giorni e poi inviato in acciaieria secondo le pratiche operative dello stabilimento siderurgico. Ma per effetto della riduzione della produzione il materiale è rimasto in deposito per venti giorni, provocando i cattivi odori avvertiti dai cittadini. di FULVIO COLUCCI. Foto e articolo da www.lagazzettadelmezzogiorno.it
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lunedì, 16 marzo 2009
IlvaUna delle più grosse aziende dell’appalto. Quasi tutti in cassa i 500 lavoratori.

Anche una delle più grandi aziende dell’appalto Ilva deve arrendersi alla crisi. La Semat (Gruppo Trombini), impresa di fiducia della famiglia Riva che effettua lavori edili e di carpenteria metalmeccanica all’interno dello stabilimento siderurgico di Taranto, ha comunicato ai sindacati l’avvio delle procedure per la cassa integrazione ordinaria. Gli esuberi sono la quasi totalità dei 500 dipendenti in larga parte tarantini. L’esodo si concluderà entro la prima metà del mese di aprile. In attività rimarranno meno di dieci persone. Per l’Ilva è un colpo durissimo provocato da una crisi inarrestabile che ha prodotto finora oltre 3mila cassintegrati (il picco massimo di 4mila dovrebbe essere raggiunto nelle prossime settimane fino ai primi di giugno). La cassa integrazione alla Semat è la spia di un disagio che sta travolgendo anche le aziende dell’appalto. Fino ad ora il fenomeno sembrava contenuto nei numeri. Solo imprese più piccole, operanti all’interno dell’Ilva, avevano alzato bandiera bianca dall’inizio dell’ondata recessiva. Il caso Semat rappresenta, perciò, una svolta. L’azienda è di grandi dimensioni; soprattutto gode di un rapporto consolidato con la famiglia Riva operando anche in altri stabilimenti del Gruppo in Italia e all’estero. Nella grande fabbrica l’impresa di Brescia ha eseguito lavori edili riguardanti la parte in cemento su cui poggiano gli impianti siderurgici oltre a opere nel settore della carpenteria metalmeccanica. Le preoccupazioni, soprattutto da parte dei sindacati, riguardano il futuro dei circa 500 dipendenti molti dei quali tarantini o della provincia. La cassa integrazione decisa dalla Semat durerà, come all’Ilva, tredici settimane, ma i rischi che i lavoratori non rientrino e che anzi davanti a loro si spalanchi il baratro di un incerto futuro occupazionale esistono: i contratti edili, dopo le tredici settimane di cassa non contemplano il rinnovo dell’ammortizzatore sociale. Per cui il mancato rientro comporta la perdita del posto di lavoro.
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giovedì, 27 novembre 2008

Il vescovo Fragnelli interviene sui problemi del lavoro

Il lavoro, un sogno proibito per molti e un incubo per altri. Spesso ci si trova a parlare di lavoro in occasioni tristi, come le morti bianche, o in momenti particolarmente critici che mettono a repentaglio l’economia delle famiglie, a causa dei ridimensionamenti straordinari o contingenti a cui le aziende del territorio sono costrette a ricorrere. Il tutto nasce mettendo in secondo piano una risorsa portante della comunità, quella risorsa che per dare il proprio contributo al raggiungimento di record produttivi, a volte è costretta a pagare in prima persona con la vita: l’uomo e la sua dignità. 1novembre«Al riguardo - commenta mons. Pietro Maria Fragnelli, vescovo di Castellaneta - è doveroso riflettere sia sul dramma con cui si può condurre la vita, che sulle condizioni in cui il lavoro viene esercitato. La cronaca ci spinge ad occuparci del tema lavoro tutte le volte che ci sono dei licenziamenti o si mette in discussione il posto di lavoro. La situazione più clamorosa è quella dell’Ilva: oltre duemila persone andranno in cassa integrazione. Non meno dolorosa risulta il caso Miroglio di Ginosa, che tocca quasi trecento famiglie. Il vescovo è Pastore della Chiesa universale e deve concorrere affinché, di fronte a problematiche di una certa gravità, ci sia il dialogo. Deve fare in modo che la dimensione etica e religiosa non ven
ga cancellata nelle trattative, altrimenti si entra in una logica inumana. Attraverso questa logica può capitare di scaricare le proprie responsabilità sulle condizioni contingenti addivenendo ad una facile conclusione: è il mercato globale che detta le regole. Regole che, senza una opportuna mediazione, portano la gente in rovina». In diverse circostanze, la formazione dell’uomo non ha alcuna attinenza con il lavoro svolto. Da qui mons. Fragnelli plaude alla nascita in Italia di un’associazione che si occuperà dell’orientamento.  «Si vuole proporre la figura del formatore sotto il nome di orientatore - dice il vescovo -. Questi dovrebbe essere colui il quale matura una capacità di lettura della situazione nelle quale viviamo e di attenzione verso la persona, ascoltando le aspirazioni di ognuno, verificando l’attinenza tra le attese della persona e della famiglia con la situazione oggettiva del territorio che, tra Nord e Sud, può differenziarsi. Questa notizia la vorrei consegnare come una prospettiva di lavoro perché effettivamente ogni genitore, così come ogni docente e operatore sociale, ma anche ogni Pastore, può e deve avere una funzione di orientatore. Significa avere consapevolezza del grande dono che ogni persona è; avere consapevolezza, quindi, delle difficoltà e delle potenzialità che il territorio possiede. Aspetti - conclude mons. Fragnelli - che spesso non vengono mai chiariti e spiegati».

Antonello Piccolo, La Gazzetta del Mezzogiorno 
 

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sabato, 22 novembre 2008

ingegnereMASSAFRA - «L’ingegnere tra l’istruzione e il mondo del lavoro». È il titolo del convegno nazionale, organizzato dall’Ordine degli ingegneri della provincia di Taranto - in collaborazione con il Consiglio nazionale, lo Snid Professionale (associazione ingegneri docenti) e l’Istituto tecnico industriale di Massafra “Edoardo Amaldi”, con il patrocinio dell’Ufficio scolastico provinciale di Taranto, la Provincia di Taranto ed il Comune di Massafra - che avrà luogo a Massafra, nella mattinata di oggi, sabato 22 novembre, all’Appia Palace Hotel, a partire dalle ore 9,30. Aprirà i lavori il presidente dell’Ordine degli ingegneri della provincia di Taranto, Rodolfo Nobile. Seguiranno i saluti del presidente della Provincia, Gianni Florido; del sindaco di Massafra, Martino Tamburrano; del dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale di Taranto, Pietro Di Noi. Dalle ore 10,30 spazio ai relatori. Interverranno: il dirigente scolastico dell’Itis “Amaldi”, Giovanna Piacente, che relazionerà sul tema “Finalità e obiettivi del progetto di alternanza scuola-lavoro”; il rappresentante della Commissione-Scuola dell’Ordine provinciale, Claudio Murgia, che parlerà de “L’ingegneria nella scuola oggi”;   il docente universitario del Politecnico di Bari, Saverio Misceo, che illustrerà “Il ruolo e l’impegno dell’ingegnere nel mondo del lavoro”; il segretario generale dello Snid, Domenico Ricciardi, che relazionerà su “Il ruolo dell’ingegnere nella scuola”; il presidente  della Commissione-Scuola del Consiglio nazionale, Ernesto De Felice, che parlerà de “La figura dell’ingegnere docente”. Concluderà il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Paolo Stefanelli. Al termine del convegno seguirà la cerimonia di consegna di una targa ricordo alla famiglia del compianto ingegnere Vincenzo Colucci, già consigliere dell'Ordine provinciale. Il comitato organizzatore, composto dagli ingegneri Giovanni Antonicelli e Daniela Picciarelli, dalle ore 9 alle 9,30 provvederà alla registrazione dei partecipanti. Info: 099/4526421. de.picc.

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martedì, 11 novembre 2008

TARANTO - Assunzioni in vista per il Consorzio Trasporti. La società presieduta da Giovanni D’Auria si appresta a rimpinguare il proprio organico e ha bandito due concorsi per assumere nove nuove unità. I concorsi sono due. Il primo è per l’assunzione a contratto a tempo indeterminato e parttime (minimo 20 ore settimanali) di otto unità con il profilo professionale di ausiliario generico da utilizzare in compiti di pulizia locali uffici, officina e mezzi aziendali. Il secondo è per un posto di operatore. Taranto Sera

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categoria:lavoro
mercoledì, 05 novembre 2008

IlvaSono giorni frenetici all’Ilva dopo l’annuncio della cassa integrazione per duemila lavoratori. Si insegue un accordo tra azienda e sindacati che attenui gli effetti del piano con cui si vuol fronteggiare la crisi economica, la flessione del mercato dell’acciaio, la difficile congiuntura figlia della recessione. Giorni frenetici, solo apparentemente piatti. L’assenza di increspature sulla superficie mediatica non tragga in inganno. Nel profondo si muovono fortissime correnti, quelle della delicata trattativa in corso dentro la fabbrica tra Gruppo Riva e sindacati: il faccia a faccia tra azienda e rappresentanze sindacali unitarie, quelle che hanno il polso delle acciaierie, che conoscono gli umori dei reparti, i timori dei lavoratori.

«La paura - spiega un sindacalista - è cresciuta lentamente, ha fatto breccia, trasformandosi in panico. La gente che pensava alle ferie forzate come ad una breve parentesi, un disguido, o che credeva addirittura di cavarsela ora al telefono, quasi in lacrime, chiede: toccherà a me? Come farò? Ho famiglia, figli, il mutuo da pagare. Per questo occorre arrivare ad una intesa con l’azienda che preveda la cassa integrazione a rotazione, riuscendo magari a limare i numeri, riducendo per quanto possibile le 2028 unità previste dal capo del personale dell’Ilva De Biase. 

Se la trattativa con le rappresentanze sindacali unitarie andrà a buon fine la prossima settimana potrebbe risultare decisiva per la firma dell’accordo. Ma occorre essere molto cauti e non solo perché l’incontro risolutivo tra Fim, Fiom, Uilm e il Gruppo Riva va preparato evitando accuratamente ogni strappo. Tra i termini che si spera possano rientrare nell’accordo c’è anche quello di una ristrutturazione degli impianti che saranno sottoposti a fermate programmate a causa della crisi. La proposta, già lanciata dai segretari sindacali Fiusco (Fiom) e Palombella (Uilm), dal presidente della Provincia Gianni Florido e dal parlamentare del Pd Ludovico Vico, se accolta dall’Ilva, porterebbe con sé il duplice vantaggio di un rafforzamento della sicurezza e, soprattutto, di un minore impatto ambientale nella logica della eco-compatibilità, obiettivo che in molti vogliono perseguire dentro e fuori lo stabilimento siderurgico. 

Dai Cobas, invece, giunge un secco rifiuto dell’ipotesi di accordo: «L'Ilva - spiegano in una nota alcuni lavoratori iscritti al sindacato di base - sta scaricado la crisi su di noi. Dopo le ferie forzate, ora ci vuole mettere in cassintegrazione per 13 settimane. Quando le vacche sono grasse, nulla viene dato agli operai, anzi si pretende che aumentino i tempi di produzione, che siano disponibili a lavorare in ogni condizione. Riva ha portato la produzione dell'acciaio al record europeo di circa 10 milioni di tonnellate, collocandosi tra i primi 10 produttori nel mondo, con una crescita negli ultimi 4 anni del 18%. E oggi?! Ora dovremmo accettare di accollarci le conseguenze della crisi. La cassintegrazione non è affatto giustificata e non è una soluzione» dal punto di vista lavorativo e ambientale. Perciò i Cobas da domani, «all'interno e all'esterno dell'Ilva» raccoglieranno le firme «per respingere il piano di Riva, diffidando le segreterie sindacali a firmare per conto nostro l'accettazione della cassa integrazione. Siamo pronti a rispondere con lo sciopero e con le vie legali al diktat di Riva». Fulvio Colucci, La Gazzetta del Mezzogiorno

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giovedì, 30 ottobre 2008

TARANTO - «Adesso ho paura. Ho paura del futuro, di quello che accadrà, di questa maledetta crisi. Ho paura di guardare negli occhi i miei figli: cosa darò loro da mangiare? La cassa integrazione è un’ombra che mi segue e non mi fa dormire. Come un nodo in gola. Peggio della polvere, del fumo, del fuoco».  

Francesco (nome di fantasia, nell’universo senza nome della fabbrica), operaio dell’Ilva, sa che le ferie forzate non bastano più, che il siderurgico annega in un mare di coils invenduti, che la cassa integrazione bussa alla sua come a mille altre porte: «In questi anni abbiamo dato il massimo. Record produttivi uno dietro l’altro: ha presente. La classe operaia va in paradiso? Quando Gian Maria Volontè ci dà dentro come un matto alla catena di montaggio? Abbiamo reso a mille, abbiamo creato le premesse per risultati e profitti da guinness dei primati. Non è servito a scongiurare gli effetti della crisi; tutto sembra crollarci addosso, peggio di un incidente sul lavoro: oggi ricordiamo quello che sembrava dimenticato negli anni euforici: noi operai, come sempre, rappresentiamo l’anello debole della catena. Siamo semplici numeri. E i record produttivi, impensabili qualche tempo fa, sembrano svaniti. Peggio dei titoli di Borsa». 

Un racconto denso, quello di Francesco, fatto di impressioni che si affollano nella testa, nel cuore: «Dentro lo stabilimento ci siamo guardati in faccia, tenendo stretta la paura. Ma è stato inutile: sfuggiva; sfuggiva e correva impazzita di bocca in bocca, di occhi in occhi. Forse, però, una parola è servita anche a sentirsi meno soli. Noi operai dell’Ilva oggi siamo sotto i riflettori per la questione ambientale, per la diossina. Chi pensa a noi come a persone insensibili, che se ne fregano, deve sapere una cosa. Noi l’inquinamento non lo ignoriamo, lo subiamo quotidianamente, perché siamo in prima linea. Ma i posti di lavoro vanno salvaguardati. Quando torno a casa mi chiedo: tenerci l’inquinamento e trovare il piatto a tavola? Io dico di sì se non ci sono alternative, se non c’è un progetto che prospetti, ad esempio, la chiusura dell’area a caldo, dando comunque opportunità di lavoro diverse, anche fuori dall’Ilva. Per questo quando sento parlare di referendum sorrido. Taranto, la sua classe dirigente, non sono in grado di pensare a domani mattina, figuriamoci se possono progettare il futuro. Per questo abbasso la testa e dico: ci teniamo l’inquinamento per avere il piatto a tavola». 

Non sarà facile affrontare la cassa integrazione: «Per chi, come me, vive del solo stipendio e deve fronteggiare le spese mensili di una famiglia di quattro persone, comprensive di mutuo e finanziamenti vari, le prospettive non sono brutte. Semplicemente non ci sono. Pensando ai miei bambini e alla cassa integrazione provo, ripeto, un senso di angoscia. Mi chiedo se questa città lo capisce, la città che ha dimenticato i suoi operai, gli operai dell’Ilva». 

Francesco, come tanti colleghi, al sindacato non crede: «Non ci sentiamo rappresentati. Ci cercano solo per il voto delle rappresentanze in fabbrica. Dovrebbe essere diverso, invece. Dovrebbero parlare di più con noi. E con noi dovrebbe parlare l’azienda. Noi vorremmo un dialogo diretto con il signor Riva, ma è quasi impossibile. Vorremmo dirgli che abbiamo contribuito a far crescere l’Ilva. E’ il caso di ricordarselo ora che le cose vanno male». 

Francesco ci lascia, stringendo i pugni nelle tasche del giubbotto. Il vento si porta via parole e foglie. Lontano il crepuscolo reso ancor più rosso dal fuoco delle acciaierie: «Bisogna affrontare questo momento delicato con dignità». La classe operaia non va in paradiso. FULVIO COLUCCI, La Gazzetta del Mezzogiorno

FIUSCO, LA CRISI PREOCCUPA -  Oggi l’Ilva annuncerà la cassa integrazione. I sindacati hanno una strategia comune per affrontare la congiuntura negativa? «Non lo so e questo francamente mi preoccupa». Siete divisi? «Mettiamola così: non vedo la stessa sensibilità sul rapporto ambiente-lavoro. Insomma, non tutti credono che questa crisi sia una opportunità». Opportunità? Con 2000 cassintegrati? «In questa fase abbiamo un grande problema ambientale e se ne parla in tutto il Paese. Se la produzione sta subendo un calo sensibile, se alcuni impianti si fermano e l’Ilva chiede di gestire la crisi insieme ai rappresentanti dei lavoratori bisogna trasformare questo punto di debolezza in un punto di forza: gli impianti si fermano? Allora l’azienda colga l’occasione e realizzi le opere necessarie a migliorare le condizioni ambientali, perché quando il mercato ripartirà, l’Ilva avrà le carte in regola. L’azienda i soldi ce li ha: 2,5 miliardi di euro in tre anni non sono lenticchie in termini di profitto. A maggior ragione i lavoratori non possono pagare da soli il prezzo della crisi. Ma, ripeto, non so se tutti i colleghi sono d’ac - cordo con questo ragionamento. Io, però, ci credo. Perché vedo in questi termini il ruolo del sindacato come soggetto che difende i lavoratori e lo stabilimento. Oggi la linea di confronto si è spostata e comprende anche la “trincea” dell’ambiente. E’ una occasione impredibile: per Riva e per Taranto». I lavoratori hanno paura del futuro. Non è facile rassicurarli con l’aria che tira... «La crisi colpisce tutti perché è globale. Certamente la risposta non può essere la chiusura dello stabilimento. Non c’è alternativa all’acciaio. Se non a Taranto, lo produrranno altrove. Proprio su questo si fondano le ragioni di uno stabilimento ecocompatibile». Fiusco, ma così boicotta il referendum... «No, no. Il referendum bisogna farlo, chiarendo una volta per tutte il rapporto fra città e azienda. Diciottomila persone lavorano lì. Capire cosa pensano i tarantini è essenziale. Io sono convinto che l’ambiente va migliorato, altrimenti a cosa sarebbero servite le intese raggiunte in questi anni con il Gruppo Riva». C’è sempre l’alternativa: chiudere l’area “a caldo”, inquinante, lasciando la produzione “a freddo". (f. col.)

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mercoledì, 29 ottobre 2008
IlvaTARANTO - Non ci sono cifre ufficiali, ma il numero dei lavoratori che rischia la cassa integrazione si aggirerebbe intorno alle tremila unità. Sono queste le indiscrezioni che arrivano da Milano dove stamattina Ilva e sindacati si sono confrontati sul contratto integrativo aziendale. Ovvio però che si sia parlato anche della congiuntura internazionale e della crisi dell’acciaio. Il crollo del mercato delle automobili e degli elettrodomestici hanno determinato gravissime ripercussioni sulla produzione di acciaio. Già da diverse settimane gran parte della produzione Ilva dello stabilimento di Taranto è stoccata nell’area portuale lungo la strada statale 106. Si stima che almeno la metà della produzione resti invenduta. Tubi e coils sono parcheggiati in attesa di un sussulto del mercato. Con i sindacati è stata già concordata una turnazione di ferie forzata per 180 dipendenti. Ma se la crisi internazionale dell’acciaio non dovesse sbloccarsi, allora il ricorso alla cassa integrazione sarebbe pressoché obbligato. Dall’azienda nessuna dichiarazione ufficiale. Ma le indiscrezioni parlano di cifre significativa: tremila lavoratori, appunto. Nei giorni scorsi era anche circolata l’ipotesi di un blocco totale degli investimenti, sia per quanto riguarda l’ammodernamento degli impianti che per quanto riguarda gli interventi mirati a contenere le emissioni. Sotto questo profilo c’è da registrare che l’Ilva ha chiesto al ministero dell’ambente e agli enti locali il rilascio in tempi brevi delle autorizzazioni l’impianto di urea. Taranto Sera

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categoria:lavoro
sabato, 25 ottobre 2008

IlvaTARANTO - La pesante crisi internazionale dell’acciaio si abbatte anche su Taranto, città del colosso siderurgico. L’Ilva starebbe infatti pensando di bloccare tutti gli investimenti, compresi quelli sull’ambiente, in attesa di tempi migliori. Ufficialmente dall’azienda non trapela nulla. Anzi, si cerca di minimizzare la portata della crisi di evitare ogni allarmismo. Ma sembra abbastanza fondata la possibilità che si decida di tenere gli investimenti programmati per i prossimi anni in stand by, almeno fino a quando non arriveranno schiarite nel mercato. Proprio Tarantosera alcuni giorni fa aveva portato alla luce il caso dei coils stoccati al porto perché invenduti. Oltre un milione di tonnellate di acciaio “distese” al sole lungo la stata 106. Un panorama davvero insolito. La circostanza ha costretto l’azienda a rallentare la produzione, con una riduzione dei turni di lavoro al treno nastri ed al laminatoio a freddo. Nei giorni scorsi organizzazioni sindacali e vertici aziendali avevano cercato di studiare le migliori soluzioni. Intorno ad un tavolo si erano ritrovato i segretari di Fim, Fiom e Uilm, Giuseppe Lazzaro, Franco Fiusco e Rocco Palombella e, dall’altra parte, il responsabile del personale dell’Ilva, Italo Biagiotti. La strategia per rallentare la produzione passa anche attraverso il meccanismo delle ferie forzate che riguarda 180 lavoratori fra, come detto, treno nastri uno e laminatoio a freddo. Settanta di questi lavoratori dovevano rientrare all’Altoforno 4, la cui riaccensione era prevista per dicembre. Ma la congiuntura negativa potrebbe comportare uno slittamento dei tempi. Dovrebbero invece restare in funzione gli altri tre altoforni. Una prospettiva che non lascia sereni, soprattutto se al termine di turni di ferie forzate il mercato non dovesse riprendere a decollare. Scatterà la cassa integrazione? Al momento, come detto, l’azienda resta abbottonata. Le prospettive, però, non sono rosee. Taranto Sera

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lunedì, 20 ottobre 2008


Emanato il bando per la selezione di un esperto informatico da inserire nell'organico della Scuola media Niccolò Andria. La domanda di partecipazione, corredata di curriculum vitae (modello europeo) dovrà essere inoltrata con qualsiasi mezzo entro il 25 ottobre c.a. alle ore 14 al seguente indirizzo: Scuola secondaria di I° grado, Niccolò Andria, via Aosta s.n., 74016 Massafra (Ta). Non saranno accettate domande tramite e-mail. Sul plico contenente le domande dovranno essere indicati: mittente, dicitura PON 2007/2008 con l'indicazione dell'obbiettivo a cui s'intende partecipare. In presenza di parità di punteggio sarà scelto il candidato più giovane. Info: 099/8801181.

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Conteggio dal 14/09/2008