Non si capisce. Se gli italiani consumano troppo sono un popolo di incoscienti che rischiano di fare la fine dei risparmiatori americani, più adusi a spendere che a mettere i dollari da parte. Se gli italiani consumano poco sono un popolo di micragnosi che mettono a repentaglio l’economia nazionale, mortificando l’offerta da parte dell’industria nazionale. Puntualmente, ogni qual volta si avvicina la stagione dei saldi, gli stessi esperti si dividono nelle due correnti di pensiero che da sempre scandiscono le decisioni finanziarie di uomini, donne e governi: la scuola della cicala e la scuola della formica. Allora: per l’interesse generale conviene spendere o risparmiare, conviene imitare la cicala o la formica?
Ovvio. Se la gente fosse più tirchia di Arpagone, l’Avaro di Molière (1622-1673), l’economia sarebbe più lenta di una tartaruga. Ma se le famiglie saccheggiassero i negozi con la cupidigia dei coniugi Beckham, diminuirebbero di parecchio i gruzzoli destinati al risparmio, cioè agli investimenti. Sì, perché più si consuma, meno si risparmia e meno si investe. L’eccesso di consumi, cioè di spese, debilita l’economia come una polmonite indebolisce l’organismo umano. E’ una verità valida sia per i singoli individui sia per le organizzazioni collettive come gli Stati. Spendere più di quello che si ricava può portare al disastro sia le famiglie che i governi, anche se quest’ultimi hanno mille modi per far pagare ai cittadini la spensieratezza di certe sue politiche pubbliche.
I saldi sono la cartina di tornasole dei consumi e del consumismo. Servono per fare il punto sulla tenuta della domanda, come se fosse automatico che la domanda debba moltiplicare l’offerta. Il che non è sempre vero. Se la domanda, ad esempio, non è disposta a sganciare, per un prodotto, la cifra che chiede l’impresa venditrice, l’offerta non decollerà nemmeno se dieci geni del marketing studieranno una serie di favolosi spot interpretati dai divi più concupiti. Insomma. I saldi sono poi la conferma che c’è sempre qualcuno - che per brevità chiameremo opinione dominante - intenzionato a indirizzare le scelte dei potenziali acquirenti, quasi che quest’ultimi fossero creature incapaci di intendere e di volere, e come tali meritevoli di essere orientate dalla saggezza di chi ne sa di più. E così, un anno scatta il tormentone «Saldi, attenti alle fregature», mentre l’anno seguente il messaggio è di opposto tenore («Comprate a saldi, così rilancerete il Paese»). Un anno bisogna procedere con i piedi di piombo, un anno bisogna avventurarsi tra i ribassi con l’incoscienza di un kamikaze.
La discussione su come bisogna rispondere alle seducenti proposte dei saldi oscura però il vero punto della questione: perché non liberalizzare saldi e sconti? Perché non consentire ai commercianti di applicare loro, durante l’anno, tutti i prezzi e i bonus che vogliono? Perché non affidare sistematicamente a venditori e compratori la libera determinazione del prezzo di un prodotto? Della serie: «Io, cliente, sono disposto a pagare tot per questo oggetto, tu negoziante mi chiedi tot. Mettiamoci l’accordo o arrivederci e grazie».
Già, ma oggi a cosa servono i saldi? Certo, a risparmiare. Ma anche a scatenare attese frenetiche, a moltiplicare problemi di traffico, a insinuare il dubbio del bidone. Tutto sarebbe più semplice se la matassa fosse sbrogliata attraverso la liberalizzazione: ogni esercizio si regoli a modo suo, ciascuno informi la clientela sulle proprie iniziative promozionali, ognuno decida se e quando avviare la stagione degli acquisti a prezzi più allettanti.
Sì, perché il calendario dei saldi genera, fra l’altro, alcuni paradossi. Le tredicesime, di solito, servono per i regali di Natale. Ma tutti attendono i saldi prima di affollare le vetrine. E così a dicembre i negozi sono più deserti del Sahara, mentre, dopo Natale, cioè a gennaio, gli stessi negozi sono più accalcati della spiaggia di Rimini il giorno di Ferragosto. In breve: se i soldi servono per gli acquisti natalizi perché rinviare la data degli sconti? Ma ripetiamo: perché non si deve risolvere il problema alla radice, liberalizzando le volontà di consumatori e venditori e sopprimendo una tradizione (appunto, quella dei saldi), per altro regolata attraverso la legge, dall’evidente retropensiero paternalistico-medioevale?
Le tipologie delle riforme, in Italia, sono più numerose delle amanti che collezionava Gabriele D’Annunzio (1863-1938): ci sono quelle utili e quelle inutili, quelle modernizzatrici e quelle passatiste e via elencando. Ma, soprattutto, ci sono le riforme costose e quelle gratis. Ecco: la liberalizzazione totale del commercio, a cominciare dall’orario e dai giorni di apertura, compresi quelli festivi, di negozi, supermercati ed ipermercati, è una riforma senza sacrifìci per le casse dello Stato e di sicura utilità per l’estratto conto dei capifamiglia. Ma, chissà perché, non arriva mai in porto, lasciando campo libero ai soliti saldi e alle solite polemiche che, immancabilmente, si rinnovano ogni semestre.
Giuseppe De Tomaso, La Gazzetta del Mezzogiorno