Approderà a San Marzano di San Giuseppe, domani, mercoledì 30 aprile, la mostra antologica di Nicola Andreace, in via Roma, 47 (ore10-13; 16-22), dove rimarrà fino a giovedì 1° maggio, per poi proseguire dal 3 al 10 maggio a Sava, (Palazzo Comunale - ore 17,30-20,30); dal 24 al 31 maggio a Manduria, (Palazzo Comunale - ore 9-13; 15-18). L’artista massafrese espone i lavori datati dal 2006 in poi, da cui emerge - come scrive il critico d’arte Angelo Lippo - un “matrimonio” importante fra la sua pittura e la sua grafica, un racconto intrecciato fra “design” e “pittura colta”, che ha classificato come “Post Human”. «La feconda militanza nel campo della grafica d’arte - afferma Lippo - ha portato Andreace a costruire un modello innovativo sia per originalità di contenuti sia per elaborazione strutturale, che lo ha visto primeggiare fra coloro che hanno elevato il concetto di “grafica” - pur anche quella dei manifesti, quindi nell’ambito della “pubblicistica” - a una dimensione “altra”, che corrisponde alla sensibilità e alla qualità di un vero e proprio status d’arte. Ed è così che Andreace ha avviato un cammino di traslazione oggettuale, ma univoca alla compattezza dell’impegno globale, di una pratica nell’altra, cioè la fusione e una profonda osmosi fra “colore” e “disegno”, nella quale convivono ognuno distintamente eppure amalgamati. L’uno fa da contrappeso all’altro, non invade il terreno altrui, ma lo analizza nella costruzione finale, quella di una risultanza che poi dà origine alla tipicità dell’opera d’arte». «La pittura - precisa Lippo - non è la rappresentazione ma l’interazione della vita. Il suo rapporto con l’oggetto dipinto si nutre di criticità, rifiutando il sofisma del già visto e vissuto. Ed è qui che il suo impegno caratteriale approda alle sorgenti di un’arte innovativa. La sua esperienza artistica degli anni Settanta, Ottanta e Novanta; la sua tendenza a cogliere le suggestioni e i richiami delle avanguardie storiche, quando la sua ricerca spaziava dal concettualismo alla segnicità informale-espressionista, attenta a strutturare una modularità infinita, oggi ha trovato nuovi sentieri da esplorare e da verificare. É a questo punto che Andreace innesta la sua vivacità pop nella decantazione del racconto, e lo fa inserendo una corteccia d’albero d’ulivo inscritta in un cerchio dalle variabilità cromatiche. Nel cerchio, il colore non è una casualità, ma la precisazione di una verità, variamente interpretata ora dal verde (la speranza), il rosso (il divieto), l’azzurro (l’orizzonte) e così via. La corteccia è lì con il suo “grumo naturale” a decantare la verità, a segnalare una cifra essenziale e non mistificata dall’adulazione esterna. Per Andreace - conclude Lippo - anche l’ulivo, questa pianta cara agli Dei e ai tanti poeti che l’hanno cantata fin dall’antichità, è un infinito proiettato nella icasticità del gesto pittorico. Un modo diverso e profondo per calarsi nella immutabilità della vita e per difendere l’esistenza di piante secolari, testimoni e simboli della nostra vita». de.picc. La Gazzetta del Mezzogiorno